Tom Tirabosco: fumetto tra natura e spiritualità

Francesco Piraino

L’œil de la forêt, Casterman, 2003 et les Arts dessinés, 2024

 

Tom Tirabosco, nato a Roma nel 1966 e cresciuto a Ginevra, è uno degli autori svizzeri di fumetti e illustratori contemporanei più importanti. Dopo gli studi alla Scuola di Belle Arti di Ginevra, sviluppa uno stile personale e poetico, capace di coniugare il disegno a stampa, l’illustrazione per l’infanzia e opere di carattere più impegnato e politico. Al centro della sua ricerca si trovano la natura, gli animali, la biodiversità e i temi ecologici, trattati con una sensibilità che alterna lirismo e ironia tagliente. Tra le sue opere più note figurano Wonderland, Kongo e Femme sauvage. Parallelamente alla sua attività di autore, Tirabosco ha contribuito alla creazione della Scuola superiore di fumetto e illustrazione di Ginevra, dove insegna. Premiato con riconoscimenti come il Prix Rodolphe-Töpffer e il Grand Prix de Sierre, è oggi una figura centrale della scena del fumetto svizzero.

Questo articolo si basa su un’intervista realizzata a Ginevra nel maggio 2025, dedicata in particolare alle questioni legate alla spiritualità, alla natura e all’ecologia. Come molti altri artisti studiati in questo progetto Religiomics (cfr. Anders Nilsen, David B. e Lorenzo Mattotti), Tirabosco utilizza racconti, simboli e allusioni di natura religiosa, senza tuttavia riconoscersi in una pratica o un’identità religiosa precisa. Non si tratta semplicemente di una lettura laica o di una mercificazione del religioso, ma rappresenta un rapporto complesso e ambiguo tra arte e sacro.

 

Tom Tirabosco nel suo atelier, Ginevra 2025, Foto di Francesco Piraino

 

Tirabosco è cresciuto in una famiglia cattolica dal lato paterno e protestante da quello materno. Suo padre, ammiratore di Nietzsche, è «totalmente ateo» e il piccolo Tom lo ha spesso sentito affermare, durante l’infanzia: «Dio è morto!». A partire dai dodici anni frequenta un movimento evangelico, che abbandona nell’adolescenza a causa del loro eccessivo dogmatismo. Tirabosco si dichiara agnostico, senza pratica religiosa; tuttavia, afferma di avere «voglia di credere» in qualcosa di superiore, di trascendente: «Per me, è nella natura che il divino si manifesta, che una forza divina si esprime». Ciononostante, questa aspirazione non si traduce in una pratica concreta: riconosce di non aver mai sentito «una chiamata», di non essersi mai identificato con un sistema, una fede o una dottrina.

Il suo desiderio di credere si esprime dunque in forma negativa, riprendendo in un certo senso la teologia negativa in maniera inconscia. Si manifesta nel desiderio di «lasciar andare», nel silenzio, nella paura e nella weirdness che si possono sperimentare attraverso l’arte e la natura:

 

«Saper lasciar andare e smettere di essere sempre nel controllo assoluto, è vero che è qualcosa che mi interessa esplorare. Questo si collega alla questione della spiritualità perché penso che nella spiritualità ci sia anche l’idea del lasciar andare, dell’affidarsi a qualcosa di più grande. Avere fiducia in una forza, nel creatore, in Dio, in Gaia, nel Mistero, significa anche abbandonare l’hybris degli esseri umani e l’arroganza materialista di voler a tutti i costi capire tutto, spiegare tutto e scoprire tutto. E oggi, questa domanda mi perseguita: “E se la nostra possibile estinzione fosse il frutto della nostra arroganza nel crederci Dio?” È anche il tema della mia prossima graphic novel reportage: la dismisura della tecno-scienza. È ciò che mi spaventa oggi: la nostra evoluzione ultra-materialista che non lascia più spazio al mistero né alla dimensione spirituale nel nostro rapporto con il mondo e con la natura.»

Wonderland, Atrabile, 2015

 

Tirabosco vede nella spiritualità un mezzo per elevarsi, come avviene nei film di Tarkovskij:

«Uno dei miei cineasti preferiti è Tarkovskij, che è davvero il cineasta della spiritualità, persino della religiosità. Il suo cinema è abitato dalla ricerca e dalla sete di spirituale. Adoro Tarkovskij perché utilizza l’arte e la poesia come via d’accesso a questa dimensione spirituale. I suoi film mi “nutrono”. Amo il modo in cui parla della nostra condizione umana. Questo passa attraverso immagini di grande bellezza, sempre legate alla natura, al silenzio, alla lentezza, a tutto ciò che oggi, ho l’impressione, ci manca.»

Il sublime e la paura sono ugualmente centrali nell’estetica di Tirabosco:

«Per me, nel sublime c’è questa idea di finitudine, di malinconia e anche una forma di spavento, di paura. Lo strano è una figura stilistica che adoro nelle arti in generale. Al cinema, amo la poesia e la contemplazione dei film di Tarkovskij, ma adoro anche la stranezza dei film di David Lynch. Anche la natura può essere associata a questo sentimento di spavento, come nei quadri di Caspar David Friedrich o di Léon Spilliaert… La paura è un sentimento che ci permette di sentirci vivi e di incarnarci. “L’inquietante estraneità”, la formula di Freud, è una figura che amo molto.»

L’esperienza della natura costituisce un altro asse della spiritualità inquieta di Tirabosco. L’amore per la natura nasce fin dall’infanzia, quando Tom passa più tempo possibile nei boschi e in campagna e si appassiona allo studio e al disegno degli animali, come racconta in una delle sue opere più autobiografiche, Wonderland. Questo amore per la natura si trasformerà più tardi in attivismo ecologista.

Locandina per il partito dei Verdi di Ginevra

Tirabosco mette in discussione il paradigma estrattivista del nostro modello capitalistico moderno e milita per la decrescita. I suoi impegni lo hanno portato spesso a collaborare con il WWF e con i partiti ecologisti del suo paese. Infine, si prepara a trasferirsi in un eco-villaggio nella campagna ginevrina, dove i materiali da costruzione saranno scelti per ridurre al massimo l’impronta ecologica, e dove spazi comuni permetteranno di condividere e mettere in comune esperienze e oggetti, come ad esempio le automobili.

«Per riassumere, sono diventato ecologista perché ho passato del tempo in quella natura, da bambino. È a contatto con essa che ho capito la sua importanza e la sua bellezza. È perché la trovo immensamente bella che ho voglia di difenderla. Più che dal punto di vista utilitaristico e scientifico del doverla proteggere, è il suo valore estetico che mi spinge a combattere per la sua conservazione e la sua protezione. La natura è il luogo del sacro per me e quindi si ritorna ancora alla spiritualità… non si può sacrificare o distruggere la bellezza. La bellezza è sacra!»

Tirabosco è consapevole di essere in buona compagnia con molti contemporanei che vivono una sorta di eco-spiritualità (si veda ad esempio il lavoro di Irene Becci sull’eco-spiritualità). Ciò non gli impedisce di scherzarci sopra, sottolineando la natura amorfa della sua spiritualità, che definisce «spiritualità neo-hippie, di moda in questo momento». Allo stesso tempo, Tirabosco riconosce le contraddizioni e i rischi di romanticizzare il rapporto tra l’essere umano e la natura, mettendo in discussione l’inevitabile antropocentrismo del suo sguardo. Come, ad esempio, quando uno dei personaggi di Femme sauvage dice: «L’umanità non è che una piccola eiaculazione di niente nell’universo!».

Femme sauvage, Futuropolis, 2019

Nelle opere di Tirabosco, il rapporto tra essere umano e natura è tanto ambiguo quanto la sua spiritualità inquieta. L’essere umano sembra essere il custode della bellezza della natura, ma molto più spesso, dai suoi racconti emerge una dimensione escatologica e apocalittica, che mette in risalto le responsabilità umane – in particolare della mascolinità tossica – nella crisi climatica e nel collasso della biodiversità. In altri casi, l’essere umano sembra essere soltanto un piccolo frammento di quel mosaico complesso che è la natura. Infine, talvolta, come in La fin du monde, la crisi morale e psicologica si lega inspiegabilmente al destino della natura: guarire se stessi significa guarire il mondo.

La fin du Monde, Futuropolis, 2008

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